
lunedì 9 maggio 2011
Mezze Verità.

martedì 15 febbraio 2011
Once Upon a Time.

Cento volte ho pensato di star facendo esattamente ciò che andava fatto, altre mille di star sbagliando tutto.
Cento volte ho creduto di avere ogni risposta tra le dita, altre mille non sapevo nemmeno cosa chiedermi.
Cento volte mi sono addormentata col pensiero di qualcuno, altre mille qualcosa mi ha aiutata a prender sonno senza nemmeno accorgermene.
Cento volte ho tentato di razionalizzare i “non volevo dire questo”, altre mille ci ho sbattuto la fronte fino a non sentire più i rumori.
Cento volte avrei voluto desiderare qualcuno, qualcosa, chiunque, più di quanto non potessi desiderare altro, altre mille ho lottato invano contro mulini a vento.
Cento volte avrei voluto scopare obbedendo solo al mio ventre, altre mille i gemiti e le voci e i baci e le lacrime e gli imprechi hanno sovrastato ogni suono.
Cento volte ho provato a chiedere scusa, altre mille ho capito che è giusto avere un capro espiatorio, uno a testa non dippiù, solo per giustificare le obbligatorie crisi freudiane.
Cento volte ho detto andiamo avanti, altre mille ho corso più veloce che potevo verso lo stacco di partenza.
Cento volte ho chiesto, implorato, mendicato, la perdita dei ricordi, altre mille ho sputato lana salata su ogni centimetro di pelle posseduta.
Certe volte avrei voluto sparire nel bianco di mattine come questa, quando gli orizzonti non ci sono, le ombre non ci sono, i colori non ci sono, gli strepiti non ci sono; quelle volte in cui dominano solo lontane eco di brusii, luci piatte, rami secchi, pastelli tiepidi e noiosi.
Sarebbero le fughe perfette, nel silenzio del niente, colle facce tutte gialle e i polmoni un po' avvizziti dal dolore del non esserci, ma ben attenti a far comunque parte di un qualche cosa, un mood forse.
Rare volte ho fatto sesso senza la necessità di trovare un perché.
Perché? Perché?! PERCHE'..?!!! Perché nulla è più totale di un orgasmo.
Due o tre volte ho intuito che l'orgasmo non bastasse, vogliono dippiù, ci chiedono motivimotivimotivi, pretendono gli sbattiti di ciglia e lo sfrigolio dei cuori, le parole del rapporto e i t'amo d'ordinanza, le mani intrecciate e gli occhi negli occhi. Essennonloffai così come dicono loro sei un sodomitapervertitoputtanonefacilonesenzasentimentieanima, in pratica è come se non sapessi nemmeno cosa voglia dire respirare.
Una volta ho poi -penso- capito che quella cosa di cui ci piace tanto parlare, quel nome che tutti abbiamo sempre in bocca, quell'ascetismo che chiunque, almeno una volta nella vita, deve provare, non è altro che un cumulo di necessità personali scontatamente egoistiche: il bisogno di sentirsi belli, buoni, bravi, interessanti, puri, altruisti, onesti, normalimaddiversi per quellapersonallì.
Quella volta ho infine deciso che io non voglio starci, ci son stata già troppe volte, è un gioco scorretto, l'ho praticato con tutte le accortezze del caso, eppure non penso d'aver mai vinto.
Ho perso d'aver vinto.
Eppure non sono diverso, non poi così diverso.
domenica 10 maggio 2009
Credo Ra, credo. E l'inutilità dei vaneggi.

Lontana, e per una che viaggia niente -non per proprio volere-, lontanissima.
Ho portato la camera, non ho fatto una foto. La prima che avrei voluto scattare -sottolineo avrei- è giunta giusto giusto all'entrata della provincia di Torino, di ritorno: la solita monetina ramata in fase discendente, desiderosa del morbido letto alberato. Sarà banale, ma affascina e inebetisce come poco altro.
Che poi lo so che siam noi a girare e lei è lì ferma che comanda tutto e tutti. O era lui? Bof.
Quello che provo non si può dire, e non lo dirò [cit].
Anche se ne avrei, a palate. Ecco poi, le palate. Qui da me han sempre un'accezione negativa, viaggiano spesso manin manina con la parola "merda", volta al genitivo.
Nulla è un caso, tutto ha un senso.
Dopo questa massima filosofica, cui già disquisiva -anzi, ne era fermamente convinto- Compte nel lontano '800, e aver nuovamente rispettato il tema del non convenzionale, potrei dileguarmi, nell'auspicio di conservare ancora un minimo di dignità. Invece no.
Il fatto è che, è innegabile, son donna. Per quanto uno possa atteggiarsi a maschiaccio, con tutto ciò che ne consegue, e far sempre la dura, strafottente e indistruttibile, noi donne siam così.
E siamo brave, siamo proprio brave nel mantenere questa nostra facciata irremovibile. Quando partorisco di queste considerazioni mi scopro ad invidiare le mie amiche omosessuali, loro sì che han capito tutto.
So che può sembrare un po' campato in aria come discorso, però, ecco, ha un suo perché. Trattasi di raffronti continui che assimilo e assorbo, dalla blogosfera e non, che non possono che portarmi alla conclusione di cui sopra, noi donne siamo favolose, favolose.
Tollerare per vincere, mandar giù per diventar grandi.
Questo faccio, attimo dopo attimo, e rimarco di farlo in qualità di donna.
Proprio per questo amo ribattezzare quell'elemento tipicamente maschile "monetina", per dargli un'accezione femminile che comunque ha, perché è solo grazie a lei se ogni cazzo di giorno ancora ci svegliamo e organizziamo la nostra quotidianità, seguendo il tempo che lei scandisce. Oppure no.
Come una madre, come una moglie, come una donna, in ogni ruolo che può ricoprire.
E sarò l'ultima, sempre.
lunedì 23 febbraio 2009
Numeri e Formule.
Sostenendo macigni le vertebre s’accavallano, dal metro e 70 si passa pian piano al 1,69 poi 1,68 poi 1,67, a scalare.
Prima o poi si sarà oltrepassato il limite di bassezza.
Ogni tanto ci si chiede se esista questo limite, o se, semplicemente, sia necessario illudersene.
Poi si contano i giorni, -10, -9, -8, -7.. arriva infine il 27, si inspira ossigeno puro, una bella gollata colma, e si ricomincia a immettere unicamente CO2 nei polmoni, ché troppo ossigeno alimenterebbe benessere. Sicché, non potendo vivere di pura ilarità, si sopperisce coi mezzucci più auspicabili.
Ci si conforta in basi hard core, assaporando tutta la rabbia di un trio di personcine romane e un amico un po’ kaotico, inspirare espirare, e chissene del diaframma.
Passati che sfiorano presenti, con l’unico obbiettivo di sentirsene parte, inconsapevoli delle attuali collocazioni.
..ma il vero resta vero, e il falso non si esprime.
martedì 17 febbraio 2009
Blend.

Appunto sempre, senza appuntare nulla. C'è chi parla di quadernetti neri. Io mi limito alle percezioni.
Appunto ciò che non voglio perdere, il resto metabolizzo e prima o poi sparirà fondendosi alle carni.
Infinite colonne sonore, interminabili e perpetue asincronie con i cuori, i sogni, le parole.
Poi si ricorda un'immagine insieme, si ride insieme. Simultaneità. O coincidenza.
Poi si parla di tacchi alti e uomini alti e montagne alte e prospettive alte e aspettative ancor di più. Concomitanza. O coincidenza.
Poi si è un po' Dylan Dog, ci si innamora sempre e non si vince mai.
Poi si odia i passati, e i futuri, che non esistono, ché altro non sono che i presenti di sempre. Da sempre.
E si sottendono fastidi da piola, in mezzo a fucili e pistole, sbattendo sigarette su tavoli da piola, in aperitivi un po' insensati, ma anche no, da piola. Si rievoca il domani, si ipotizza lo ieri. Si attendono i week end e le saracinesche chiuse, che prima o poi fuori tutto per rinnovo locali, o svendita.
Wait for the feeling and you wait for the feeling and you wait and you shiver and you shake. Over and over and over again.
Ain't no turning back 'cause I'm walking a line.
Dave Grohl qui si improvvisa un De Carlo all'americana, con le e-e-e ripetute che donano quel tanto di incisione e sottolineatura ed evidenziazione ed enfatizzazione al concetto.
E poi mi rifletto in occhi miei, più verdi solitamente ma più giallo-nocciola oggidì, sempre e comunque i più belli mai visti prima. E lì risiede l'antidoto su misura per me.
So tutto, ma lo mischio [cit].
mercoledì 11 febbraio 2009
Spalle larghe.
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Ci sono persone che necessitano di stanze. Distanze.
Invadono il tuo appartamento senza invito, si accasciano sul divano sorseggiando the alla menta con fette di limone imbevute. Giocano alle alliterazioni. Distorcono e distruggono un po' tutto. Eppure lo fanno bene, con eleganza e un tatto particolare. Allora le lasci lì, alla fine non sono ospiti indesiderati come credevi. Addirittura vorresti restassero lì per sempre, solo per goderti quelle parole e quei sogni e quei lavori e quei progetti e quelle metafore e quelle sfumature, per consolarsi un po'. Compenetrandosi.
Tu nel frattempo cucini panna e peperoni sorseggiando Barbera mentre l'acqua bolle. Al tuo fianco c'è la montagna che è andata da Maometto, allora tu, apprezzando lo sforzo, la esplori e la scali un po'. Ti rendi conto che da lassù il panorama è davvero differente.
Diverso non vuol dire nè meglio nè peggio, vuol dire diverso.
Stai bene in cima, tra le fronde insidiose ma morbide.
E godi nel poter comunque credere che sul tuo divano c'è l'Amico attendente, il nuovo Amico che un po' ami e un po' odi. Ma di cui necessiti.
La montagna è così calda e confortante, ti senti al sicuro a quell'altezza. Pensi sia quella giusta per te. E ancora non vuoi scendere.
Realizzi allora che nella vita tutto si può, basta imparare a digradare in compromessi, soppesare, razionalizzare e collocare. Ad ognuno la sua stanza.